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Corsi di laurea in inglese: qualche dato dopo la bocciatura del Consiglio di Stato

Non è ancora chiaro cosa accadrà ai corsi di laurea in inglese. La bocciatura da parte del Consiglio di Stato della decisione presa dal Politecnico di Milano (qui il nostro articolo a riguardo), il quale aveva avviato l’organizzazione di lauree magistrali e dottorati interamente in lingua, ha portato il ministero dell’Istruzione a prendere in esame l’eventualità di aprire un tavolo di discussione con la Conferenza dei rettori (Crui) per dettare delle linee guida valide per il mondo accademico e in linea con la decisione presa dai giudici. Tuttavia, le cose non cambieranno per l’anno accademico 2018/2019.
Vista anche la volontà di «procedere con gradualità» espressa dal ministro Fedeli, si delineano tre eventuali scenari a partire dall’a.a. 2019/2020:

  1. per ogni corso totalmente in lingua ne verrà avviato uno gemello in italiano, con il conseguente problema derivato dallo sdoppiamento dei corsi;
  2. l’inserimento di docenti “in italiano” nei corsi in lingua;
  3. l’applicazione della decisione dei giudici in base a un criterio di prossimità: un preciso ateneo potrà mantenere i suoi corsi in lingua solo nelle vicinanza, o nella stessa città, lo stesso corso sarà presente in italiano presso un altro ateneo.

Tutto ciò a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato la cui motivazione si muove su due livelli: si ritiene che una maggiore internazionalizzazione degli studi da una parte «impedirebbe di raggiungere “i gradi più alti degli studi” a coloro che pur meritevoli non conoscano la lingua», dall’altra «potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, incidendo significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti».
Interessante sarebbe chiedersi quale delle due considerazioni abbia fatto pendere l’ago della bilancia in favore a un maggiore ostruzionismo. Per rispondere basta visionare i dati raccolti dalla Guida università del Sole 24 Ore. In 56 atenei su 90, infatti, sono già presenti ben 339 corsi di laurea interamente in inglese (la quasi totalità magistrali), i quali contano circa 50mila studenti iscritti.
Per quanto riguarda il Politecnico di Milano, spiega il rettore Ferruccio Resta, «il bilancio è positivo» visto che «sono aumentati i laureati e si sono ridotti gli abbandoni, con un tasso di occupazione a un anno dalla laurea del 94 per cento». Una situazione che, sempre stando alle parole del rettore, dimostra l’efficacia di un obiettivo posto a «creare un contesto internazionale in Italia, accessibile anche per quegli studenti che non possono studiare all’estero».
Dello stesso parere il prorettore dell’Università di Bologna: «I corsi in inglese piacciono agli studenti, con un trend di iscritti in crescita: quest’anno abbiamo arricchito l’offerta inserendo nell’ambito di ingegneria industriale la specializzazione in advanced sportscar manufacturing, in collaborazione con 10 aziende del settore che hanno base in Emilia Romagna».
In crescita anche i dati pervenuti dall’Università di Padova: 24 corsi in inglese, di cui due triennali, e un numero di studenti passato da 1.200 a 1.500. «Molti di questi corsi», precisa il prorettore alla didattica Daniela Mapelli, «sono nati in italiano e poi trasformati in inglese. Ogni anno registriamo molte richieste di studenti stranieri, tanto che quest’anno abbiamo deciso di anticipare i bandi per i ragazzi extra-Ue già a dicembre 2017».
Dati positivi anche dall’università di Trento, quella della Calabria e la Luiss di Roma.
Per tornare alla domanda, quindi: una minore internazionalizzazione conviene più agli studenti o ai professori che non hanno avuto modo/voglia di tenersi al passo coi tempi? La risposta, secondo il nostro punto di vista, appare cristallina.
 
Fonte: IlSole24Ore

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emanuelesecco

Dottore in Editoria e Giornalismo. Appassionato di scrittura, editoria (elettronica e digitale), social media, musica, cinema e libri. Viaggio il più possibile, ma Budapest è sempre nel cuore.

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