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La pubblicità delle intercettazioni

Di recente è stato proposto di non rivelare mai il contenuto delle intercettazioni, con l’ironica motivazione che «nessuno ha più il coraggio di fare un complimento un po’ birichino alla moglie al telefono».
Chiarito che per intercettazione si intende la captazione, ad opera di terzi, di comunicazioni o conversazioni riservate mediante l’ascolto diretto e segreto attuato con l’ausilio di strumenti meccanici o elettronici idonei a superare le naturali capacità dei sensi, va analizzata la questione della loro pubblicazione.
A norma dell’art. 271 c.p.p., le intercettazioni sono limitate:

  • ai casi previsti dalla legge;
  • nelle forme e nei modi previsti dagli artt. 267 e 268 c.p.p.;
  • nel rispetto della disciplina sulla segretezza ex art. 200 c.p.p.

Se queste limitazioni non sono rispettate, le intercettazioni vanno distrutte salvo il caso in cui costituiscano corpo del reato.
Cosa accade invece alle intercettazioni lecite?
In quanto mezzi di ricerca della prova, tale disciplina è soggetta alla sinergia tra la polizia giudiziaria e il pubblico ministero; la prima si occupa di registrare il materiale probatorio e di redigerne verbale mentre il secondo le deposita nella segreteria, in attesa che il giudice deliberi se stralciarle o inserirle nel fascicolo per il dibattimento.
Non solo è riconosciuta la possibilità di stralciare le registrazioni irrilevanti; ex art. 269 c.p.p. si può facilmente ricavare che gli interessati possono richiedere la distruzione della documentazione al giudice, a tutela della riservatezza.
Sollevando questioni da matricola giurisprudenziale, è strano che il soggetto in questione si arroghi il diritto di essere considerato «il più grande esperto di processi».

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Michel Simion

Dottore in Giurisprudenza, Università degli Studi di Verona. Tesi in diritto costituzionale giapponese, appassionato di letteratura asiatica.

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