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Legal Newbie – Come pagare meno tasse in uno studio legale

In Italia sono presenti oltre 240mila avvocati regolarmente iscritti all’albo e, non senza difficoltà, ogni giorno si prodigano a difendere i diritti dei propri assistiti muovendosi in una fitta giungla di regole e cavilli. Come ogni altro libero professionista devono affrontare un ulteriore ostacolo: le richieste del Fisco. Una guerra in cui è impossibile uscirne vincitori vista una pressione tributaria soffocante, ben superiore al 60%. Tuttavia, qualche piccola battaglia si può vincere cercando di limare il carico fiscale muovendosi con cognizione e consapevolezza.

La situazione fiscale per i professionisti rientra in un quadro decisamente allarmante, tanto che non è raro imbattersi in avvocati e titolari di studi associati incapaci di sostenere gli oneri fiscali per mancanza di liquidità. La moltitudine di imposte, a partire dall’IRPEF, le addizionali regionali, l’IVA, i contributi previdenziali e tutta la serie di tasse a livello locale sono pretese che definire esose è un eufemismo.

Esistono metodi che consentono legalmente di pagare meno tasse?

La risposta è sì. Il fatto molto strano è che moltissimi avvocati, se da una parte sanno per filo e per segno qualsiasi norma e comma del codice penale e civile, dall’altra ignorano quasi completamente basilari regole fiscali che servirebbero per alleggerire, anche di un buon 20%, il carico tributario.

Sul web e in altri ambiti, si sentono eminenti santoni e maghi della finanza che propongono soluzioni alquanto dubbie e approssimative con la promessa di facili risparmi a doppia cifra. In campo fiscale, i miracoli non li fa proprio nessuno e spesso, seguendo questi sedicenti esperti, si finisce solamente sotto la lente di ingrandimento dell’Agenzia delle Entrate con conseguenti controlli dove si è costretti spiegare dettagliatamente le dubbie operazioni compiute.

Il risultato è, quasi sempre, tutt’altro che incoraggiante visto che si rischiano pesanti guai con l’Amministrazione Finanziaria e salatissime sanzioni.

La finalità di questa guida è proprio quella di sensibilizzare avvocati e liberi professionisti su come sia possibile elaborare un’efficace strategia nel lungo periodo, in modo da pagare il dovuto ma senza regalare nulla al Fisco.

Per fare questo è necessario stabilire gli obbiettivi che si intendono raggiungere con la propria attività, valutare le prospettive di crescita e avere la conoscenza di un minimo di legislazione fiscale. Per allentare la morsa dell’Erario è sufficiente, per esempio, scegliere la giusta forma societaria che l’ordinamento giuridico consente, usufruire di eventuali regimi agevolati e portare a deduzione e detrazione tutti i costi ammessi dalla legge.

L’importanza di un’efficace pianificazione fiscale

Facile sentire un avvocato che si lamenta di quante tasse è costretto a versare nelle casse dello Stato e, del resto, come dargli torto. Però, analizzando a fondo la situazione si scopre, molto probabilmente, che tale soggetto potrebbe legalmente alleggerire la pressione tributaria con qualche piccolo accorgimento.

Il più delle volte tale mancanza è alimentata da una certa ignoranza fiscale che porta a non adottare un’adeguata pianificazione. I malpensanti sono convinti che solo attraverso comportamenti truffaldini e aggirando le regole (in pratica, evadendo le tasse) si possa avere un sensibile risparmio.

In realtà, il livello di tassazione è si opprimente ma, conoscendo esattamente le regole del gioco e studiando a tavolino una buona strategia, sarà comunque possibile ottenere risultati impensabili.

Di base è fondamentale focalizzare la propria situazione, ed è un aspetto che non sempre un commercialista è in grado di fare. Spetta solo all’avvocato o allo studio legale stabilire gli obiettivi e il livello di crescita nel breve e nel lungo periodo. In aggiunta, è necessario acquisire una certa conoscenza per predisporre un’efficace pianificazione fiscale e raccoglierne i frutti.

Per capire esattamente di cosa stiamo parlando basta un semplice esempio: supponiamo che un avvocato abbia stabilito come limite massimo dei ricavi annuali una soglia di 65mila euro. In questo caso la soluzione fiscale ottimale è avvalersi del regime forfettario che consente di applicare un’aliquota fissa al 15% sul 78% dei ricavi.

Se il professionista alla fine dell’anno ha un reddito lordo di 50mila euro al netto dei contributi previdenziali che sono l’unica spesa che è possibile dedurre, avrà un reddito forfettario pari a 39mila euro (78% di 50.000 euro) su cui applicare una tassazione del 15%, per un’imposta a debito 5.850 euro. L’imposta sostitutiva, così si chiama, sostituisce l’IRPEF progressiva, l’IRAP (se dovuta) e gli addizionali.

Come è facilmente comprensibile, si tratta di un regime fiscale decisamente favorevole, con l’aggiunta del vantaggio di essere dispensati dall’onere di emettere fatture elettroniche e sottostare a tutti gli adempimenti IVA previsti dal regime ordinario.

Non possono usufruire del sistema forfettario gli avvocati che fanno parte di associazioni professionali oppure detengono quote in altre società di persone o imprese familiari, nonché risultino al controllo diretto o indiretto di una SRL oppure in caso di associazione in partecipazione.

Per correttezza di informazione è bene sottolineare come la nuova manovra 2020, che entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio, sembra intenzionata a mantenere inalterato tale regime agevolato. Tuttavia, finché il nostro caro Governo non metterà tutto nero su bianco, non si può averne la certezza assoluta.

Se lo stesso avvocato ha in previsione ricavi annui maggiori a 65mila euro, con l’ intenzione di far crescere la propria attività, dovrà affidarsi a un regime ordinario. Qui il campo delle possibilità si apre a ventaglio ed è bene stimare con precisione quale sarà il volume d’affari, decidere se continuare a esercitare da soli oppure in uno studio associato, l’eventuale necessità di avvalersi di lavoratori subordinati e molti altri fattori che possono influenzare la scelta del regime fiscale da adottare.

Solo quando si hanno le idee ben chiare è consigliabile rivolgersi a un bravo commercialista o un preparato consulente per trovare la strategia migliore, sia dal punto di vista operativo che fiscale.

Deduzioni e detrazioni fiscali per gli avvocati

Per elaborare un efficace piano fiscale, tra gli aspetti di maggior importanza, c’è la conoscenza di tutte le detrazioni e deduzioni di cui è possibile beneficiare. In questo caso è fondamentale comprendere e analizzare con cura il cosiddetto principio di inerenza, in modo da utilizzare solo costi deducibili senza causare spiacevoli contestazioni da parte dell’Amministrazione Finanziaria.

La regola generale considera deducibili tutti i costi che hanno un diretto collegamento con l’attività svolta. Quindi, in poche parole, è possibile decurtare dai ricavi (ossia ridurre la base imponibile ai fini IRPEF e IRES) tutte quelle spese per l’acquisto di beni e servizi strumentali alla professione esercitata. Come vedremo nel prossimo paragrafo, ci sono una serie di costi che si possono dedurre dal reddito e dei quali è possibile detrarre l’IVA solo parzialmente.

Oltre all’inerenza con l’attività svolta, un secondo requisito di base per ottenere deduzioni e detrazione è la tracciabilità dei costi accertata da apposito documento fiscale (scontrino, fattura, ricevuta, etc.).

La lista delle spese integralmente deducibili è molto lunga, ma la sua esatta conoscenza permette di alleggerire il carico fiscale ed evitare errori banali in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi. Ecco cosa può dedurre integralmente un avvocato o studio legale:

  • tutte le spese delle varie utenze ossia bolletta elettrica, gas, acqua, telefono, connessione a internet e via dicendo;
  • arredamento dello studio professionale. Deducibile integralmente in 5 anni con quote di ammortamento annuali al 20%;
  • materiale di cancelleria;
  • spese sostenute per corsi di formazione e aggiornamento professionale. Sono inseriti anche i costi necessari per frequentare i corsi di aggiornamento obbligatori previsti dall’ordine degli avvocati;
  • costi derivanti dalla partecipazione a convegni e master;
  • spese sostenute per l’acquisto, manutenzione e aggiornamento di sistemi hardware e software informatici;
  • costi per l’acquisto di riviste e quotidiani di settore, libri e video-corsi strumentali all’attività;
  • tassa di iscrizione all’albo degli avvocati;
  • toga utilizzata durante le udienze in tribunale;
  • vidimazione dei libri contabili;
  • parcella del commercialista;
  • spese postali;
  • spese e interessi passivi del conto corrente;
  • costi per la retribuzione di lavoratori subordinati e collaboratori;
  • spese sostenute per prestazioni derivanti da lavoro autonomo occasionale;
  • interessi passivi per finanziamenti di beni mobili e immobili utilizzati in modo esclusivo per svolgere l’attività: un classico esempio è l’acquisto della proprietà immobiliare adibita a sede dello studio legale. In questi casi è consigliabile che non coincida o faccia parte dell’abitazione principale per non veder dimezzate le percentuali di deduzione.

Costi parzialmente deducibili dal reddito

Come abbiamo già spiegato, un requisito fondamentale per la deducibilità dei costi è l’inerenza con l’attività svolta. Se per certe occupazioni è un elemento facilmente riscontrabile, per l’avvocato, il confine tra una spesa legata esclusivamente all’esercizio della professione e una che può, invece, soddisfare anche esigenze personali oppure non pienamente rispettosa del principio di inerenza è molto sottile.

Prendiamo per esempio il classico ed elegante abito con tanto di giacca e cravatta per l’uomo e tailleur per la donna: possiamo considerarle le divise “ufficiali” di ogni qualsiasi avvocato. In realtà, però, l’unico capo di abbigliamento deducibile è rappresentato dalla toga.

Ciò è abbastanza ovvio per il semplice fatto che l’abito di rappresentanza può essere indossato in qualsiasi altra occasione al di fuori dell’ambito lavorativo. Un discorso completamente diverso rispetto a un meccanico o ad altri professionisti che vestono tute da lavoro e specifici indumenti esclusivamente durante l’attività e per motivi antinfortunistici.

Ogni bene e servizio non inerente la professione non può essere dedotto dalla base imponibile delle imposte dirette e detratto dall’IVA, mentre per i beni e/o servizi che possono avere una duplice valenza (strumentali all’attività ma anche sfruttabili nella vita extra-lavorativa), è prevista una cospicua riduzione della percentuale di spesa deducibile.

Una materia sempre, e comunque, oggetto di discussioni e dibattiti perché si possono verificare innumerevoli situazioni che mettono in dubbio le regole generali in merito.

  • un avvocato che esercita in una stanza del suo appartamento residenziale, in che percentuale deve dedurre i costi delle utenze?
  • utilizzando in modo promiscuo telefono, computer portatile e l’auto, in che misura si scaricano le spese?

Le domande potrebbero continuare all’infinito e avrebbero risposte spesso discordanti senza trovare un punto di incontro. Perciò, è inutile scervellarsi più di tanto e perdere tempo, non rimane che fare affidamento alle disposizioni dell’Agenzia delle Entrate che ha stabilito le seguenti percentuali di deducibilità parziale:

  • 80% di tutte le spese sostenute per telefonia mobile e fissa. Per quanto concerne l’IVA è invece detraibile al 50% in caso di uso promiscuo e al 100% per uso esclusivo;
  • 80% dei costi sostenuti per l’acquisto e l’eventuale manutenzione di smartphone e tablet;
  • 50% dei costi per le utenze intestate al titolare della partita IVA in caso di utilizzo promiscuo dell’abitazione. Riguarda tutte le situazioni in cui l’avvocato esercita la professione in uno studio ricavato all’interno della propria casa e sarebbe comunque consigliabile un certo buon senso evitando, per esempio, di scaricare il 50% delle spese di un immobile di 300 mq, qualora si sfrutti per lavoro un locale di soli 20 mq. Un minimo di saggezza evita spiacevoli scontri con l’Agenzia delle Entrate;
  • 50% dei costi per l’acquisto di una casa a uso promiscuo intestata al professionista. Anche in questa situazione, ed esattamente come sopra, è opportuno usare la testa. L’IVA è invece non è detraibile;
  • 75% delle spese per alberghi e ristoranti: naturalmente tali costi devono essere sostenuti durante viaggi e spostamenti di lavoro oppure per partecipare a convegni e corsi di formazione. La deducibilità è applicabile solo se il totale della spesa non supera il 2% dei compensi percepiti nel periodo d’imposta;
  • 100% delle spese di rappresentanza a patto che risultino inerenti all’attività svolta e nella misura pari, o inferiore, all’1% dei compensi percepiti durante il periodo d’imposta.

Per quanto riguarda l’acquisto dell’auto è possibile portare in ammortamento il 20% del costo con un limite di spesa di 18.075,99 euro.

Anche i canoni di un eventuale leasing sono deducibili, ma solo se il finanziamento ha una durata superiore al periodo di ammortamento (quindi a 4 anni).

La normativa prevede una deducibilità del 20% fino a un massimo di 3.165,20 euro all’anno per i canoni di auto a noleggio. Tutti i costi di manutenzione della vettura, bollo, polizza assicurativa e carburante sono deducibili al 20%.

Omar Cecchelani, Pagaremenotasse

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Omar Cecchelani

Imprenditore dal 1998 mi occupo di amministrazione contabile e fiscale di piccole e medie imprese. Sono co-autore del Blog Business Boom per il quale curo la parte dedicata al Fisco e contabilità. Gestisco il sito "amministrazioneaziendale.com" e il più famoso "pagaremenotasse.com", un blog in cui illustro i metodi per ridurre sensibilmente il carico fiscale di tutte le categorie di contribuenti dall'imprenditore al lavoratore subordinato. Collaboro, inoltre, con la redazione di "AvvocatoFlash" e "Commercialista Online" per i quali scrivo articoli dedicati a Fisco e Finanza. Sono autore dei libri "25 idee per rendere vincente la tua impresa" e "Pagare Meno Tasse".

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