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Di leggi, normative e anglicismi. Una questione di lingua

Bail-in, Jobs Act, spending review, welfare, stepchid adoption, whistleblower, house providing e home restaurant. Questi sono solo alcuni degli esempi di una contaminazione linguistica che, anno dopo anno, si fa sempre più evidente nella fase di redazione delle leggi italiane. Sebbene la lingua giuridica sia sempre stata una delle più resistenti all'”invasione dello straniero”, ultimamente le barriere si sono fatte deboli e, in molti punti, presentano dei varchi.
A mettere in evidenza la situazione è lo studio pubblicato dal Servizio per la qualità degli atti normativi del Senato (ripreso, su Facebook, anche dall’Accademia della Crusca). Il rapporto, nelle sue venti pagine, può essere riassunto come segue: le leggi hanno ancora un buon grado di resistenza, mentre i provvedimenti attuativi e le relazioni illustrative sono più permeabili agli anglicismi.
La permeabilità linguistica, secondo Sabino Cassese (giudice emerito costituzionale), è dovuta alla sempre minore attenzione che si rivolge alla scrittura delle leggi, «soprattutto per pigrizia». Un’abitudine che prende ispirazione dalla vita di tutti i giorni: «La tendenza è a ripetere parole che sono entrate nell’uso comune», spiega Sabino.

Non bisogna, però, cadere in un campanilismo linguistico fin troppo facilone (in stile Diego Fusaro). Un’idioma è facilmente accostabile a un organismo vivente: esso vive, respira, assorbe esperienza e impara da ogni giorno che passa; un’evoluzione continua, un adattamento alle condizioni di vita esterne. In un panorama simile, però, bisogna riuscire a distinguere tra prestiti linguistici necessari e non, come del resto specificato da Cassese: «Bisogna evitare che questo utilizzo derivi da un vezzo piuttosto che da un bisogno. In molti casi non c’è una parola italiana corrispondente e, allora, il termine straniero è accettabile. Penso proprio a whistleblower, una parola che non ha una traduzione e che viene comunemente usata negli standard internazionali». Un esempio perfetto è proprio quello di whistleblower – e la sua lunga traduzione «dipendente pubblico che segnala illeciti» – il quale risulta molto più comodo se utilizzato nella sua forma originale.
Da tenere a mente anche gli standard internazionali. Ecco, allora, che bail-in, hotspot e spending review trovano largo uso anche nella normativa locale sempre più vicina a quella internazionale per metodi di scrittura e comunicazione.

L’attività di monitoraggio viene mandata avanti anche dall’Accademia della Crusca tramite il gruppo Incipit, incaricato di controllare il linguaggio delle leggi e della comunicazione sociale pubblica in generale alla ricerca di neologismi o prestiti linguistici. «Il nostro scopo è la ricerca della chiarezza,» spiega il presidente Claudio Marazzini, «raggiunta attraverso sostituti trasparenti e italiani comprensibili a tutti». Una scarsa trasparenza, infatti, «va contro l’interesse del cittadino», e questo nel senso che, citando una battuta lanciata dallo stesso presidente, «la norma deve essere chiara a tutti, come un comando di un generale all’esercito. Se non viene compreso, si perde la guerra».
Una battuta, quella del presidente dell’Accademia, ma che rivela una grande verità. Dacché l’italiano giuridico risultava incomprensibile, ora ci si mettono anche anglicismi e prestiti vari. Una buona occasione per ripensare alle modalità di scrittura delle leggi o per promuovere programmi che educhino i giovani e non alla loro lettura? Pensandoci bene, non sarebbe male la seconda opzione.
 
 

Fonti
IlSole24Ore
Accademia della Crusca
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emanuelesecco

Dottore in Editoria e Giornalismo. Appassionato di scrittura, editoria (elettronica e digitale), social media, musica, cinema e libri. Viaggio il più possibile, ma Budapest è sempre nel cuore.

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