Sentenze

Tribunale di Savona, Sez. Civile – Sentenza n. 913/2016 del 15.07.2016 (Dott. S. Poggio)

Opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) mobiliare

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del popolo italiano
IL TRIBUNALE DI SAVONA

In composizione monocratica in persona del dott. Stefano Poggio ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa RG XXXX /2014 tra
COMUNE SANTA MARGHERITA con gli Avv.ti B. M. e L. P. in virtù di mandato in atti.

PARTE ATTRICE

G. R. con gli Avv.ti M. C. e D. A. che la rappresenta e difende in virtù di mandato in atti,

PARTE CONVENUTA

Oggetto: Opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) mobiliare

CONCLUSIONI DELLE PARTI

Le parti concludono come da verbale di udienza del

MOTIVI DELLA DECISIONE
L’opponente rileva che il presente giudizio è parallelo e speculare al quello rubricato RG XXXX/2014 che vedeva la propria moglie G. C. contrapposta al Comune di Santa Margherita Ligure, definita dal sottoscritto con sentenza n. 787/2015 e passata in giudicato.
Ne consegue che in merito alla legittimità della procedura esecutiva intrapresa dal Comune non resta che ribadire quanto ivi già evidenziato e che di seguito per comodità si ritrascrive:
“La Corte d’appello di Genova, sezione lavoro, nel confermare la decisione di prime cure, condannava la dott.ssa G. C. a restituire al Comune di Santa Margherita Ligure la somma di € 72.140,38. Sulla scorta di detto titolo l’ente creditore notificava un atto di precetto cui seguiva atto di pignoramento presso terzi col quale aggredendo il conto corrente intestato alla debitrice in comune col marito G. R. acceso presso l’agenzia di Loano 1 di Banca C. unitamente al connesso conto titoli oltre che la pensione erogata dall’INPS.
La debitrice proponeva ricorso in opposizione agli atti esecutivi nel quale preliminarmente chiedeva di essere ammessa al beneficio della conversione del pignoramento ex art. 495 cpc, ovvero di limitare il pignoramento alla sola quinta parte della pensione con liberazione delle somme restanti. Il Giudice dell’esecuzione disponeva la sospensione dell’esecuzione e assegnava termine per introdurre il presente giudizio di merito.
A) preliminarmente va affermata l’inammissibilità dell ‘istanza di conversione del pignoramento in quanto presentata ben oltre il termine di cui all’art. 495 comma 1 cpc (“prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione …. il debitore può chiedere …”) e comunque non accompagnata dal versamento di una somma non inferiore ad un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento (l’affermazione del creditore sul punto non è stata minimamente contestata).
Quanto all’istanza di riduzione del pignoramento si osserva che l’art. 496 cpc subordina l’accoglibilità dell’istanza stessa alla circostanza che il valore dei beni pignorati sia superiore all’importo delle spese e dei crediti comprensivo di capitale, interessi e spese di procedura. Nel caso in esame tale condizione non si verifica posto che il precetto porta un credito di 84.761,81 ben superiore al valore dei beni pignorati singolarmente considerati. Né il cumulo dei mezzi di espropriazione costituisce di per se stesso un atto di abuso in quanto trattasi di facoltà espressamente consentita dall’art. 483 cpc.
B) l’esponente lamenta l’erroneo conteggio degli interessi sulla somma capitale da restituire contestando che essi siano stati fatti decorrere sin dagli anni 2005-2006 anziché dal 2009. Evidenzia che tanto la sentenza di primo grado quanto quella d’appello individuano il termine inziale ricorrendo alla formula di stile “dal dovuto al saldo ”. Trattasi, ad avviso della ricorrente, di previsione generica ed inefficace a fondare un’azione esecutiva, concludendo che il dies a quo dovrebbe coincidere con quello del deposito della sentenza di secondo grado, ovvero con quello della sentenza del Tribunale, o al limite risalire al primo atto di costituzione in mora inviato dall’amministrazione (costituito dal provvedimento del Sindaco n. 92 del 7.10.2009 trasmesso con notaprot. 37302 in data 12.10.2009).
Effettivamente la Corte di Cassazione ha posto in luce “l’evidente incongruità della formula di condanna, riferita agli accessori “dal dì del dovuto”, senza indicarli e senza altra specificazione od anche solo univoca menzione o spiegazione della decorrenza neppure nel corpo della motivazione. Infatti, un titolo esecutivo che, nel dispositivo, si limiti a condannare al pagamento di accessori “dal di del dovuto”, senza altra specificazione e senza espressa o implicita menzione di tale decorrenza nel corpo della motivazione, sarebbe tautologico ed irrimediabilmente illegittimo per indeterminabilità dell’oggetto, venendo esso meno, con tale formula, alla sua funzione di identificazione compiuta e fruibile – cioè specifica o determinata, ovvero almeno idoneamente determinabile del dovuto, altro non chiedendo dalla giustizia la parte vittoriosa di un processo -dell’esatta ragione del beneficiario della condanna e dell’oggetto di questa” (Cass. 8576/2013 in motivazione).
Nondimeno non va dimenticato che le Sezioni Unite della stessa Suprema Corte hanno stabilito che il giudice dell’esecuzione, nel caso di incertezze derivanti dal dispositivo e dalla motivazione circa l’esatta estensione dell’obbligo configurato nella sentenza, può procedere all’integrazione extratestuale, a condizione che i dati di riferimento siano stati acquisiti al processo in cui il titolo giudiziale si è formato (nella specie, è stata cassata la pronuncia di merito che, discostandosi da tale criterio, aveva accolto l’opposizione a precetto sul rilievo officioso della mancanza nella sentenza esecutiva di elementi per determinare l’oggetto e l’ammontare del credito).
Nel caso che ci occupa emerge che la complessa vicenda che ha visto coinvolte le odierne parti trae origine dal provvedimento del Sindaco del Comune di santa Margherita Ligure n. 92 del 7.10.2009 che, richiamando specificamente provvedimenti precedenti (n. 32 del 27.5.2004, n. 43 del
30.5.2005, n. 15 del 08.07.2006, n. 20 del 17.10.2006 e n. 12 del 15.6.2007), rendeva nota l’intenzione dell’amministrazione di rideterminare anche per il passato “la maggiorazione della retribuzione di posizione di cui all’art. 41 comma 4 CCNL dei Segretari Comunali e provinciali del 16.5.2001 …” in ossequio agli orientamenti espressi dall’Aran, dal Ministero dell’economia e dalla Presidenza del consiglio dei ministri Dipartimento funzione pubblica. Il provvedimento elenca precisamente per ogni anno di riferimento dal 2004 in avanti il corretto importo riconoscibile a titolo di maggiorazione, preannunciando l’intenzione di provvedere alla “puntuale quantificazione delle somme indebitamente corrisposte a titolo di maggiorazione della retribuzione di posizione al segretario generale nel periodo dal 1.1.2004 al 31.12.2008” (cfr. documento 1 allegato alla memoria n. 2 ex art. 183 cpc).
Con la successiva comunicazione protocollo n. 37302 del 12.10.2009 (doc. 3 allegato alla seconda memoria ex art. 183 cpc) il Comune inviava una tavola sinottica nella quale – anno per anno -veniva specificamente indicata la somma pagata in eccesso e da recuperare, per un totale complessivo di € 94.652,59.
Entrambi detti documenti sono stati acquisiti nel giudizio svoltosi dinanzi al Tribunale di Chiavari nel quale proprio l’odierna opponente agiva affinché il giudice disapplicasse “l’atto sindacale n. 92 del 7.10.2009 e provvedimento dirigenziale n. 37302 del 12.10.2008” (cfr. le conclusioni dell’attrice riportate nella sentenza): entrambi sono stati oggetti di attento esame da parte del giudice, giunto a condannare la ricorrente alla restituzione dell’esatto importo di “€ 94.652,59 oltre oneri previdenziali a ciò automaticamente correlati” (al netto degli importi già trattenuti dal Comune).
E’ chiaro allora che il giudice, laddove ha aggiunto la condanna al pagamento degli interessi dal dovuto al saldo non poteva non riferirsi agli interessi maturati sulla somma pagata in eccesso per ogni singola annualità così come indicato nel prospetto allegato alla nota n. 37302 del 12.10.2008. Posto che su tale questione la Corte di appello non ha affermato nulla di diverso, implicitamente confermando la sentenza di primo grado, e rilevato che il conteggio operato nel precetto è assolutamente conforme a detta nota dirigenziale, non resta che concludere che la doglianza dell’esponente in punto errato conteggio degli interessi va respinta.
C) l’esponente lamenta che erroneamente il creditore pretende la restituzione delle somme indebitamente percepite dalla lavoratrice al lordo delle ritenute fiscali operate alla fonte dal datore di lavoro. Il comune protesta la legittimità del proprio operato richiamando vari precedenti giurisprudenziali.
Il linea di principio chi scrive aderisce alla tesi della ricorrente: non si vede come il lavoratore possa restituire ciò che non ha ricevuto essendo pacifico che la quota di retribuzione trattenuta a titolo di imposta viene versata all’amministrazione finanziaria e solo a questa può essere chiesta in restituzione. Sulla questione si veda da ultimo Cass. Sez. L, Sentenza n. 1464 del 02/02/2012 “Nel rapporto di lavoro subordinato, il datore di lavoro versa al lavoratore la retribuzione al netto delle ritenute fiscali e, quando corrisponde per errore una retribuzione maggiore del dovuto, opera ritenute fiscali erronee per eccesso. Ne consegue che, in tale evenienza, il datore di lavoro, salvi i rapporti col fisco, può ripetere l’indebito nei confronti del lavoratore nei limiti di quanto effettivamente percepito da quest’ultimo, restando esclusa la possibilità di ripetere importi al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente”.
Tuttavia nel caso di specie l’atto di precetto notificato alla debitrice contiene una statuizione esattamente coincidente col dispositivo della sentenza della Corte territoriale: la pronuncia di secondo grado “condanna l’appellante a restituire al Comune appellato il minor importo di € 72.140,38 oltre interessi legali, detratto quanto già pagato”; l’atto di precetto contiene la richiesta di pagamento delle “seguenti somme: capitale portato in sentenza € 72.140,38 interessi legali al 20-5-2013 come da conteggio che segue € 12.621,43 … così in totale la somma di €84.761,81 …”. La piena conformità del precetto al titolo giudiziale rende pienamente legittima l’esecuzione intrapresa, essendo esclusa ogni rimeditazione del merito della questione (legittimità della condanna restitutoria al lordo delle trattenute fiscali piuttosto che al netto) in sede oppositiva.
D) l’opponente lamenta la violazione dell’art. 1997 cc il quale dispone che il pignoramento ed ogni altro vincolo sul diritto menzionato nel titolo di credito non ha effetto se non viene annotato sul titolo stesso. Ciò in quanto in difetto dell’annotazione il pagamento effettuato in adempimento del pignoramento non potrebbe essere opposto al terzo prenditore di buona fede ed il debitore si troverebbe costretto a pagare due volte.
Sul punto va preso atto che il pignoramento ha riguardato non titoli di credito ordinari ma fondi comuni di investimento, BTP, obbligazioni ed azioni c.d. dematerializzati ai sensi del Dlg. n. 213/1998, in conseguenza del quale è esclusa la circolazione del titolo cartaceo. Ne deriva la non applicabilità alla fattispecie dell’art. 1997 cc.
Correttamente parte attrice evidenzia che “I vincoli giudiziari sulle azioni dematerializzate vengono esercitati ai sensi dell’art. 87 del D. Lgs. n. 58/98 (Testo Unico in materia di intermediazione finanziaria) e all’art. 34 del D.L. 213/98 (cd. Decreto euro: ora art. 15 D.P.R. n. 398/2003), che prevedono il primo la necessità dell’iscrizione del vincolo nel registro tenuto dal depositario ed il secondo la disposizione che prevede la registrazione nel conto curato dall’intermediario. La modalità esecutiva è quella prevista dagli artt. 543 e ss. c.p.c., si individua come terzi detentori dei titoli azionari oggetto del vincolo l’intermediario e la società di gestione accentrata (s.g.a.). Consegue che l’efficacia esecutiva del vincolo avviene con l’iscrizione nel registro del depositario, mentre l’annotazione nel registro dell’emittente rimane solo un adempimento successivo al perfezionamento del vincolo ”.
Conclusivamente va respinta l’opposizione svolta dalla Dott.ssa G. C.; va dichiarata inammissibile l’istanza di conversione ex art. 495 c.p.c.; va revocato il provvedimento che ha disposto la sospensione dell’esecuzione e dichiarata la legittimità del pignoramento presso terzi eseguito e di cui
alla procedura di esecuzione R.G. 984/2013 Tribunale di Savona, rimettendo al GE nel riassumendo giudizio esecutivo di disporre l’assegnazione in favore del creditore pignorante nei limiti di legge del credito pignorato”.
Va aggiunto che correttamente parte attrice sottolinea che l’opponente “non ha provato di essere il cointestatario del conto corrente, del conto titoli, dei titoli, delle azioni, delle obbligazioni e/o dei prodotti finanziari, o comunque di quanto presso la banca dove è stato eseguito il pignoramento contro la dott.ssa C.. La Banca C. S.p.A. si è infatti limitata ad indicare che conti, titoli ecc. erano “cointestati” con terza persona il cui nominativo è rimasto ignoto e della titolarità effettiva a favore del signor Resta al momento del pignoramento non vi è prova alcuna;
– non ha provato di essere coniuge di G. C., stato vantato ma privo di riscontro oggettivo nel giudizio;
– conseguentemente non ha provato neppure di essere in regime di comunione legale dei beni con l’esecutata”.
Del resto lo stesso opponente all’udienza del 4.12.2015 aveva sostanzialmente dichiarato di voler rinunciare all’opposizione (mentre controparte chiedeva fissarsi udienza di PC avendo evidentemente interesse ad ottenere una pronuncia definitiva).
L’ opposizione va pertanto respinta.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo ex DM. 55/14 scaglione 52.001260.000, valore minimo, dedotto il 50% della quota relativa alla fase trattazione-istruttoria (in quanto non si è svolta attività istruttoria).
P.Q.M.
Il Tribunale di Savona, in composizione monocratica come indicato in epigrafe, ogni contraria istanza ed eccezione respinta, definitivamente pronunciando nel procedimento RG XXXX/2014, così provvede:
1. respinge l’opposizione all’esecuzione di R. G. e dichiara pienamente legittimo il pignoramento eseguito dal Comune di santa Margherita Ligure di cui alla procedura esecutiva RGE 984/2013;
2. condanna R. G. alla refusione delle spese di lite in favore del Comune di santa Margherita Ligure che liquida in € 22,88 per spese esenti ed € 5.900,00 per competenze professionali oltre accessori di legge.
Savona, 15/07/2016
Il giudice
(Dott. Stefano Poggio)

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