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Si può obbligare Facebook a rimuovere post diffamatori? La causa UE C-18/18

«Rinvio pregiudiziale – Libera prestazione di servizi – Direttiva 2000/31/CE – Servizi della società dell’informazione – Responsabilità dei prestatori intermediari – Obbligo di un prestatore di servizi di hosting di siti Internet (Facebook) di cancellare informazioni illecite – Portata»

«Su Internet si scrive con l’inchiostro, non a matita». Con questa citazione dal film The Social Network (David Fincher, 2010), l’avvocato generale Maciej Szpunar introduce le sue conclusioni alla Causa C-18/18 in tema di Obbligo di un prestatore di servizi di hosting di siti Internet di cancellare informazioni illecite.

Il caso esaminato vede coinvolti Eva Glawischnig, parlamentare austriaca del partito die Grünen (I Verdi, di cui era anche presidente all’epoca dei fatti), e Facebook Ireland, la quale gestisce la piattaforma Facebook per tutti gli utenti al di fuori di USA e Canada.
Tutto comincia il 3 aprile 2016, quando un utente condivide sul proprio profilo un articolo intitolato «I Verdi: a favore del mantenimento di un reddito minimo per i rifugiati», corredando il tutto con commenti degradanti nei confronti della Glawischning: «brutta traditrice del popolo», «imbecille corrotta», «partito di fascisti». Questa tipologia di contenuto, essendo su Facebook, può essere potenzialmente accessibile da qualsiasi utente della piattaforma.

La parlamentare, il 7 luglio 2016, invia una lettera a Facebook Ireland richiedendo la cancellazione dei contenuti offensivi. Non ottenendo risposta, chiede al giudice del Handelsgericht Wien (Tribunale del Commercio di Vienna) l’emissione di un’ordinanza cautelare che imponesse ai gestori della piattaforma social di pubblicare qualsivoglia contenuto ritraesse la ricorrente e portasse con sé affermazioni identiche o «dal contenuto equivalente» a quelle contestate.

L’ordinanza viene emessa il 7 dicembre 2016. In seguito, Facebook Ireland rende inaccessibile i commenti incriminati, ma solo in Austria.

Arrivati in appello, l’Oberlandesgericht Wien (Tribunale superiore del Land, Vienna) conferma l’ordinanza emessa dal primo grado non accogliendo la domanda posta da Facebook Ireland relativa una limitazione dell’ordinanza cautelare al solo territorio austriaco.

Il caso raggiunge l’Oberster Gerichtshof (Corte suprema austriaca), il quale afferma che le dichiarazioni sotto esame avevano il preciso scopo di «offendere la ricorrente nel suo onore, di ingiuriarla e di diffamarla». Detto questo, però, è da decidere se «il provvedimento inibitorio, emesso nei confronti di un host provider che gestisce un social network con un elevato numero di utenti, possa essere esteso anche a livello mondiale e alle dichiarazioni testualmente identiche e/o dal contenuto equivalente di cui non sia al corrente.»

Il punto chiave della vicenda, secondo l’avvocato generale, è la direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE), il quale art. 15, paragrafo 1, vieta che da parte di uno Stato membro vi sia l’imposizione di un obbligo di sorveglianza dei contenuti memorizzati sui server di un determinato host provider; ne consegue una mancanza di responsabilità. Tuttavia, nel momento in cui l’host provider viene informato sull’illeicità di alcuni dati, questo deve provvedere immantinente alla rimozione o al blocco dell’accesso.

In aggiunta, l’host provider, sempre secondo l’avvocato generale, può essere obbligato anche all’individuazione e blocco/rimozione di espressioni equivalenti a quelle incriminate. Tuttavia, entrano in gioco i diritti fondamentali. Se da una parte una simile ricerca è molto dispendiosa in termini economici e di tempo, dall’altro l’atto stesso si configurerebbe come una censura; in questo modo si limiterebbero libertà di espressione e di informazione.

Per quanto riguarda, invece, la portata territoriale dell’ordinanza, l’avvocato generale consiglia di non ricorrere al diritto dell’Unione, in quanto non viene disciplinata. Lo è, però, dal diritto civile austriaco, in materia di violazione della vita privata e dei diritti della personalità.

Fonti
Curia
Il Sole 24 Ore
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Redazione interna sito web giuridica.net

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